Cybersecurity 2026: il rischio informatico diventa rischio d’impresa
Negli ultimi anni, l’ambito della sicurezza informatica ha attraversato una trasformazione profonda, sia in termini di scala sia di natura delle minacce. Quello che fino a poco tempo fa era percepito come un tema prevalentemente tecnico, confinato ai reparti IT e legato alla protezione di reti, server e applicazioni, oggi è diventato un elemento centrale delle decisioni aziendali. Questa evoluzione è stata accelerata dalla diffusione massiva del cloud, dal lavoro ibrido, dalla proliferazione dei dispositivi connessi e dall’integrazione sempre più stretta tra sistemi interni e servizi esterni, che hanno ampliato in modo esponenziale la superficie d’attacco.
Allo stesso tempo, gli attaccanti adottano tecniche strutturate, campagne coordinate e modelli di business veri e propri, con un livello di professionalizzazione che rende la difesa molto più complessa rispetto al passato.
Il Rapporto Clusit 2026 evidenzia un dato che segna un punto di non ritorno: nel 2025 gli attacchi cyber classificati come gravi a livello globale sono cresciuti del 48,7% rispetto al 2024. Si tratta di un salto quantitativo che indica come lo scenario delle minacce sia cambiato in modo radicale. In un solo anno, quasi la metà in più di organizzazioni si è trovata a fronteggiare incidenti con impatti significativi, segno che gli attacchi riescono a superare con sempre maggiore facilità le difese esistenti.
Questo dato, inserito in una traiettoria di crescita pluriennale, conferma che il rischio cyber è una variabile con la quale le aziende devono confrontarsi in modo continuativo.
Un fenomeno in accelerazione continua
Se si osserva l’andamento degli ultimi cinque anni, emerge una crescita costante, una vera e propria traiettoria di lungo periodo. Anno dopo anno, il numero e la gravità degli attacchi mostrano un incremento che si somma al precedente, disegnando una curva in salita che testimonia una pressione crescente sulle difese delle organizzazioni:

+ 21% nel 2022
+ 11% nel 2023
+ 27% nel 2024
+ 48,7% nel 2025
In altre parole, gli attacchi stanno aumentando più velocemente della capacità media delle organizzazioni di difendersi. Questo significa che, mentre il lato offensivo innova, sperimenta e scala i propri strumenti a un ritmo sempre più rapido, molte realtà aziendali procedono ancora con tempi lenti nell’aggiornare tecnologie, processi e competenze interne. Il risultato è un divario crescente tra la sofisticazione delle minacce e il livello di maturità delle difese: nuove vulnerabilità vengono scoperte e sfruttate prima che le organizzazioni riescano a individuarle, valutarle e porvi rimedio. In questo squilibrio, il perimetro di esposizione si allarga più in fretta della capacità di controllo.
La vera criticità è l’impatto degli attacchi
Se la quantità è un primo segnale di allarme, è la qualità degli attacchi a rendere il rischio realmente critico. Gli incidenti aumentano, ma ciò che fa la differenza è il fatto che sempre più spesso si tratta di operazioni mirate, capaci di colpire il cuore dei processi aziendali. Gli attaccanti puntano a bloccare intere filiere, paralizzare servizi essenziali, cifrare dati strategici o esfiltrare informazioni sensibili da utilizzare per estorsioni e ricatti. Ogni singolo episodio ha il potenziale per generare conseguenze che vanno oltre il disservizio momentaneo e si traducono in impatti difficili da assorbire nel breve periodo.
Secondo il rapporto Clusit 2026, l'81% degli attacchi ha avuto conseguenze classificate come High, Critical o Extreme e il 53% rientra nelle categorie più gravi (Critical ed Extreme). In pratica, si parla di episodi che incidono in modo diretto sulla capacità dell’organizzazione di operare.
La diffusione delle classi di impatto più alte indica che gli attacchi tendono a compromettere i sistemi core e a mettere sotto pressione la tenuta complessiva dell’azienda. In molti casi, non vengono colpiti elementi periferici o facilmente sostituibili, ma applicazioni critiche, infrastrutture di business continuity e ambienti produttivi. Questo si traduce in rallentamenti nelle filiere e difficoltà nel garantire i livelli di servizio attesi.
Oggi la probabilità che un attacco produca danni significativi è estremamente elevata: le aziende devono considerare come scenario realistico la possibilità che un singolo incidente metta in discussione l'affidabilità percepita del brand.
Il cybercrime è un’industria globale
Un altro elemento centrale riguarda la natura degli attacchi. Nel 2025, infatti, l’89,3% degli attacchi è riconducibile a obiettivi esplicitamente economici: estorsione, furto di dati rivendibili, blocco dei sistemi in cambio di riscatto, frodi e schemi di monetizzazione sempre più sofisticati.
Questo dato evidenzia un cambiamento: gli attacchi non sono più iniziative isolate di singoli individui, ma parte di un ecosistema organizzato e industrializzato. Dietro molte campagne malevole ci sono gruppi strutturati, con ruoli definiti, investimenti in ricerca e sviluppo, infrastrutture dedicate e modelli di collaborazione che ricalcano quelli delle imprese legittime, trasformando il cybercrime in una vera “filiera produttiva” del crimine digitale.
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Le caratteristiche principali di questo modello sono infatti: Scalabilità: lo stesso attacco può colpire migliaia di organizzazioni, in settori e Paesi diversi, con un’unica campagna. Una volta sviluppata l’infrastruttura malevola (che si tratti di un ransomware, di una botnet o di un kit di phishing) gli attaccanti possono replicarla in modo seriale, massimizzando il ritorno sull’investimento e riducendo al minimo lo sforzo aggiuntivo per ogni nuovo bersaglio. Automazione: oggi molte fasi dell’attacco sono automatizzate, questo riduce tempi e costi e consente di lanciare campagne su larga scala e di mantenere una pressione costante sulle difese delle aziende Specializzazione: i cyber criminali sono organizzati in gruppi di lavoro, ognuno con un ruolo preciso. C’è chi si occupa di ottenere l’accesso iniziale, chi sviluppa e affina il malware, chi gestisce l’infrastruttura di controllo e chi cura la monetizzazione attraverso i riscatti, rivendita di dati o frodi. Accessibilità: piattaforme di ransomware-as-a-service, kit di phishing preconfigurati e marketplace di credenziali rubate permettono a chiunque disponga di risorse minime di entrare nel “mercato” del cybercrime, ampliando ulteriormente la platea di attaccanti. |
Un rischio trasversale e da gestire stabilmente
Un errore ancora diffuso è pensare che il rischio riguardi solo grandi organizzazioni o settori critici. I dati mostrano invece che gli attacchi sono sempre più indiscriminati: molti gruppi criminali puntano infatti a un insieme di bersagli “sufficientemente vulnerabili” da poter essere colpiti in serie.
In questo scenario, le PMI sono un target frequente proprio perché dispongono, in media, di meno risorse dedicate alla sicurezza. Il fatto di operare in nicchie di mercato o in filiere B2B non le mette al riparo, anzi: il loro ruolo nei processi di supply chain le rende potenziali “porte d’accesso” verso realtà più grandi.
La crescente interconnessione tra aziende amplifica il rischio: fornitori, partner, piattaforme cloud, integrazioni applicative e servizi esterni di vario tipo diventano tutti possibili punti di ingresso. Ogni collegamento (un accesso remoto per l’assistenza, un connettore verso un gestionale, un servizio di terze parti che tratta dati aziendali) può trasformarsi in un vettore di attacco, estendendo l’esposizione ben oltre il perimetro dell’organizzazione.
Alla luce di questi elementi, il rischio cyber può essere definito “esistenziale” perché è altamente probabile, trasversale a tutta l'azienda e continuo.
Il limite degli approcci tradizionali
Le strategie di sicurezza tradizionali oggi risultano sempre meno efficaci.
Per comprenderne i limiti, è utile guardare ad alcuni errori ricorrenti:
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Approccio reattivo: ci si concentra soprattutto sulla risposta all’incidente, intervenendo solo dopo che il problema si è manifestato, invece di lavorare sulla prevenzione.
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Visibilità limitata: in azienda non esiste una mappatura chiara e aggiornata delle vulnerabilità, degli asset critici e del reale livello di esposizione al rischio.
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Strumenti non integrati: le soluzioni di sicurezza operano in silos, non dialogano tra loro e non offrono una vista unificata degli eventi.
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Assenza di monitoraggio continuo: i controlli sono a campione e non garantiscono una sorveglianza costante dell’ambiente.
Il risultato è un sistema che tende ad accorgersi degli attacchi troppo tardi, quando il danno è già in corso. Affrontare questo scenario richiede innanzitutto un cambio di prospettiva; significa passare da una logica di “progetto di sicurezza” a una gestione continua del rischio, che aggiorni periodicamente la mappa degli asset critici e delle vulnerabilità; serve poi adottare un monitoraggio proattivo per individuare le anomalie prima che si trasformino in incidenti.
In questo modo, la sicurezza diventa un processo permanente, integrato nei meccanismi di governo e nelle decisioni dell’organizzazione.
L’approccio di PLINK: rendere gestibile la complessitàIn uno scenario come quello descritto, il valore non sta solo nella tecnologia, ma nella capacità di renderla comprensibile e utilizzabile anche dal management e dai responsabili di funzione. La sola tecnologia infatti non basta se non è accompagnata da percorsi di consapevolezza e formazione; è infatti la combinazione tra soluzioni avanzate e capacità di interpretarle e trasformarle in scelte che permette alle aziende di passare da una sicurezza “di prodotto” a una sicurezza “di gestione”. Le soluzioni di sicurezza di PLINK si inseriscono in questo contesto con l'obiettivo di trasformare un rischio complesso in un sistema monitorabile, interpretabile e gestibile. Questo significa aiutare le aziende ad ottenere una visibilità reale sul proprio livello di esposizione, individuare le criticità prima che diventino incidenti e soprattutto costruire un percorso di sicurezza sostenibile nel tempo. Per approfondire questo approccio: 👉 https://www.plink.it/elephant-in-the-room/
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Fonte dei dati: rapporto Clusit 2026 sulla cybersecurity in Italia e nel mondo